Frastornata, ed illusa da uno stupido senso di equilibrio momentaneo, decisi di regalare le mie carni al sole caldo e avvolgente, liberando la mia libidine fin troppo nascosta. Mi stesi calda sul mio asciugamano, accarezzando le mie gambe con un pò d'olio. Ero accaldata, il sole bruciava e la mia pelle godeva, avvolta dal desiderio. Sicura, in quel paradiso deserto, rotolai piano fuori dal mio telo, lasciando che le piccole pietre graffiassero la mia schiena come le unghie affilate di un sadico. I granelli di sabbia si infilarono ovunque, anche dove avrei voluto che ci fossero le tue mani grandi e forti. Mi alzai, una doccia fredda avrebbe congelato la mia mania. L'acqua scese viscida lungo i miei seni, assaporando il calore dei miei fianchi e la sensualità delle mie gambe. Decisi di abbandonarmi a pensieri sterili, per poter tornare a soffocare la ninfomane che, per una volta, era riuscita a sovrastare l'angelico visino scolpito sulla mia pelle. Pensare a quella notte, in cui in quella macchina i suoi occhi erano piedi di rabbia e i suoi movimenti, innaturali e perversi entrarono dentro di me senza accortezza alcuna, mi portavano a sfiorare quella parte di me, offesa, che senza voce desiderava urlare un dolore fisico ed emotivo. Ma lei quella sera, delicata e spaventata, mangiava costretta il suo frutto proibito, che carico di vendetta, era deciso a distruggermi. Mi sentii sporca, usata, stuprata da un sentimento sovrastato dal dolore. Tornai al mio asciugamano, prosciugata da ogni tipo di emozione.
Il sole era calato, ed io non riuscii a contare i minuti, o forse le ore, in cui lasciai che lui attraversasse la mia mente. Faceva freddo, cazzo ho sempre odiato il vento. C'era il bagnino che camminava con uno strano aggeggio che eliminava i passi, se pur ansiosi, di uomini tranquilli che passeggiavano al caldo, e sorrideva accompagnato da i suoi pensieri felici. Aveva appena steso un pò di sabbia, regalandole un senso di ritrovata verginità ed io ero lì, davanti a quella distesa così perfetta. Era davanti a me ed io non riuscivo a superarla, non sarei riuscita ad andare oltre senza sporcarla. Appoggiai il piede in quella purezza, sicura che nessuno vi avrebbe visto nulla di sadico in un lieve passo femminile. Oltrepassai velocemente quell'angolo di dolcezza, voltandomi vergognosa verso il mio squarcio nel limpido. La mia impronta non era piccola come pensavo e quello che sarebbe dovuto essere un piccolo errore, si trasformò nello stupro della perfezione. La sabbia, quasi per vendetta aveva trasformato la prova del mio passaggio, così piccola ed insignificante, in una forma grande ed indefinita, il sengo di un passo comune, imperfetto, distratto, ed io mi sentii sprofondare. Pensavo di essere stata l'unica a prestare attenzione, l'unica che vedeva del male nel sporcarla, l'unica diversa. Invece il mio passo, dolce e delicato, la bastarda l'aveva reso uguale agli altri, rendendo stupidi e inutili tutti i miei sforzi.
Sì, Mary Lowe.
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